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In Onda
1/8/2025
Dopo quattro dinieghi, la sua richiesta di suicidio medicalmente assistito non è stata accolta: “Vivo in un guscio. Se ci fosse una legge giusta, non dovrei fuggire all’estero”
“Non conosco il mondo fuori. Vivo in un guscio, un microcosmo costruito su misura per proteggermi dal resto. Non so come ci si veste, come si mangia, come ci si comporta là fuori… ma non importa. Perché io, semplicemente, non faccio più parte di quel mondo.”
Con queste parole, Martina Oppelli apre il suo racconto in un’intervista intensa e senza filtri a Marianna Aprile. Martina è una donna consapevole, lucida, che da anni combatte per poter esercitare in Italia il diritto al suicidio medicalmente assistito. Un diritto che, pur essendo stato riconosciuto dalla Corte costituzionale con la sentenza Cappato, resta ancora inattuato in molte regioni.
“Ho affrontato tre dinieghi, ora sto vivendo la quarta rivalutazione. Credevo di avere i requisiti, secondo la sentenza Cappato, ma nella mia regione non è stato così. Sono costretta ad andarmene.”
La sua voce è calma, ma carica di amarezza. Martina non ha scelto la fuga per mancanza di alternative personali, ma per mancanza di alternative legali.
“Se in Italia ci fosse una legge equa e sensata, non sarebbe necessario andare all’estero, pagare cifre assurde, sentirsi sbagliati. Invece l’eutanasia è diventata una prerogativa dei ricchi.”
“So che esiste il dark web… ma non l’ho mai considerato. Non sono brava a delinquere.”
Eppure, sarà proprio quella la sua prima trasgressione: attraversare il confine con l’aiuto di due persone che rischiano il carcere pur di accompagnarla nel suo ultimo viaggio.
“È profondamente triste dover delinquere per morire con dignità. Ma lo è ancora di più sapere che anche altri devono farlo per aiutarmi.”
Un racconto che mette a nudo la distanza tra legge e realtà, tra sentenze e applicazione concreta, tra compassione e burocrazia. E che ricorda come, in Italia, il diritto a una morte libera e consapevole resta, per molti, ancora un miraggio.
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