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8/5/2025

Il 9 maggio 1978, in una via del centro di Roma, la democrazia italiana visse uno dei suoi momenti più tragici. In via Caetani, a pochi passi dalla sede della Democrazia Cristiana e da quella del Partito Comunista, viene ritrovato il cadavere dell’onorevole Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Una messa in scena spietata, pensata per umiliare le istituzioni, ma anche per colpire simbolicamente il cuore dello Stato.
Secondo lo storico e giornalista Giovanni Bianconi, Moro fu scelto proprio perché era il volto più autorevole di un possibile compromesso tra DC e PCI. Per le BR, questo dialogo tra opposti era il segno di un sistema che andava rovesciato con la forza. L’assassinio fu il culmine di una strategia del terrore che negli anni ’70 travolse l’Italia.
Oggi quella ferita è ancora viva, anche nel dibattito pubblico. Come accaduto a La Sapienza, dove un gruppo di studenti di Forza Italia Giovani ha protestato contro un tweet della professoressa Donatella Di Cesare che commemorava la brigatista Barbara Balzerani. Entrati in aula, hanno mostrato le foto di Moro e delle sue vittime, in un flash mob silenzioso ma carico di significato.
Intorno al caso Moro restano ancora alcune zone d’ombra, sicuramente:
Le inchieste, da quella parlamentare alla ricostruzione di Andrea Purgatori in Atlantide, hanno sollevato interrogativi che non hanno ancora trovato risposte definitive.
E continuano a raccontarci quanto quel giorno abbia cambiato per sempre la nostra storia.
Il 9 maggio è anche il giorno in cui la mafia uccise Peppino Impastato a Cinisi. Due delitti, due mondi criminali diversi, un solo messaggio: chi si oppone con coraggio paga con la vita. E chi resta ha il dovere di ricordare.
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