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8/5/2025

Il 9 maggio è una data che segna due tra le ferite più profonde della storia della Repubblica. Nel 1978, a Cinisi, in provincia di Palermo, la Mafia uccideva Peppino Impastato, giornalista, attivista e voce coraggiosa contro Cosa Nostra. Nello stesso giorno, a Roma, in via Caetani, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, assassinato dalle Brigate Rosse.
Figlio di un mafioso, Peppino Impastato ha scelto di rompere con la famiglia e con le regole non scritte della sua terra. Con la sua radio, Radio Aut, denunciava i traffici, gli affari e i crimini del boss Gaetano Badalamenti, proprio nel suo paese. Una sfida che pagò con la vita, ma che lo rese un simbolo della lotta civile alla mafia.
Per anni, la verità sul suo omicidio fu insabbiata. Solo grazie alla tenacia della madre, Felicia Bartolotta, del fratello Giovanni e di pochi amici, si arrivò a riconoscere la responsabilità mafiosa dell’assassinio.
A quasi cinquant’anni dalla sua morte, la memoria di Peppino divide ancora. Lo dimostra la recente polemica scoppiata in Sicilia a Partinico, dove un gruppo di studenti ha detto “no” all’intitolazione della loro scuola a Impastato. Un rifiuto che ha sollevato un dibattito acceso.
Massimo Gramellini, in un commento a In Altre Parole su La7, ha espresso incredulità: “Se non è eroe degli adolescenti un figlio di un mafioso che si ribellò al padre che lo cacciò di casa, chi può esserlo?”.
Il giornalista e politico Ismaele La Vardera ha voluto riaccendere l’attenzione su Peppino, lanciando una sfida pubblica al sindaco di Palermo Roberto Lagalla: “Nel contesto dell’Arenella vivono soggetti complicati. Sfido il sindaco a venire domani a intitolare il campo in memoria di Peppino Impastato”, ha dichiarato a Piazzapulita su La7.
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