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Lezioni di Mafie
16/9/2025
Ma come si entra nella ’Ndrangheta e quale carriera si può immaginare? Entrare a far parte della ’Ndrangheta non è facile. In genere un giovane frequenta il bar o il locale dei ’ndranghetisti, si fa notare, spesso diventa l’autista di un affiliato già affermato. Nel corso di un anno, anno e mezzo, viene messo alla prova: è un vero e proprio tirocinio.
Durante quel periodo possono esserci richieste estreme — «stanotte dobbiamo mettere una bomba in caserma», «devi uccidere quello» — e la reazione del giovane è determinante. Se il ragazzo risponde «Ma perché lo dobbiamo ammazzare? Che ti ha fatto?», viene scartato: è considerato pauroso, non è adatto al comando e non sarà accettato. Chi supera il periodo di prova viene portato al cospetto del capo locale per l’affiliazione.
Fino alla fine degli anni ’80 le riunioni avvenivano spesso alla fine del mese; oggi l’affiliazione viene in genere formalizzata durante grandi eventi familiari — matrimoni, battesimi, cresime o funerali — per giustificare la presenza di molte persone. Nei matrimoni delle famiglie con storie criminali, dove partecipano anche mille o duemila invitati, in una sala laterale si radunano 10–15 affiliati: c’è il capo, chi ha la dote più alta e gli altri più distanti in base al grado. Il giovane viene accompagnato da chi lo ha «cresciuto», l’affidatore, e viene presentato al capo locale.
Ha inizio un dialogo rituale, che può durare venti minuti, durante il quale avviene il rito di affiliazione: il nuovo affiliato invoca «sangue e onore», si fora il dito e cadono gocce di sangue su un’immagine sacra — spesso quella dell’arcangelo Michele, protettore della ’Ndrangheta — a simboleggiare il vincolo e la minaccia: «Brucerai come questa immagine se tradirai l’organizzazione». Viene sottolineato che, se necessario, si dovrà tutelare l’organizzazione anche a costo di uccidere familiari — padre, madre, fratello, sorella — pur di preservare il vincolo criminale. L’affiliazione si conclude con i saluti rituali ai presenti e al capo, prima della grande festa.
L’affiliazione esiste anche in carcere, la cosiddetta «affiliazione semplice»: si registrano i nomi degli affiliati e la loro provenienza, che costituiscono la «mappa» del locale di appartenenza. Quando l’affiliato esce dal carcere, entra in contatto con il «picciotto di giornata» — apparentemente uno scansafatiche che però è l’anello di collegamento tra il capo locale e il territorio. Chi vuole parlare con il capo deve passare attraverso questo picciotto. Il capo locale ha allora qualche giorno per verificare se l’affiliazione in carcere è genuina o se si tratta di un infiltrato; in seguito si organizza l’incontro per formalizzare definitivamente il rito.
Nel locale ci sono ruoli precisi: il capo locale, che ha potere di vita o di morte; il «crimine», figura che organizza le attività illecite e coordina gli omicidi e i killer; e il contabile, una figura fondamentale che gestisce la cassa comune (talvolta detta «bacinella»), dove confluiscono le quote dei proventi illeciti: una parte dei guadagni dalle attività, le estorsioni, i pagamenti raccolti sul territorio. Il contabile non può essere latitante: deve essere sempre reperibile.
Quando un affiliato viene arrestato, la prima cura è il sostegno alla famiglia: attraverso i parenti si inviano piccole somme al carcere — il gesto e il messaggio sono importanti: «Ti stiamo pensando, stai tranquillo». Arriva poi l’avvocato di fiducia che tranquillizza il detenuto. Il momento più delicato per il giovane è l’ingresso in carcere: la sua aura di presunta invulnerabilità vacilla e, se parla, rischia di coinvolgere parenti, amici e nemici. È spesso allora che prende coscienza di essere stato usato: l’utile idiota che ha portato acqua al pozzo del capo locale.
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