l'infedele
Il Codice di Moggi. Il Calcio è Potere
Si discute del business legato al mondo del calcio e dello scandalo legato alle intercettazioni telefoniche dell'ex direttore sportivo della Juventus Luciano Moggi.
Forse, l'impunità garantita dentro il mondo del calcio è la metafora di un sistema 'mafioso' che vige in Italia e che noi accettiamo come unico modo in cui le cose possano andare? Questa è la domanda che Gad Lerner pone ai suoi ospiti.
Il fiscalista Victor Uckmar, docente all'Università di Bologna, autore di "Le sfide per l'Italia", dice: "Io sono stato un testimone storico del mondo del pallone, in quanto fino al 2001 sono stato presidente della Covisoc che vigila sui bilanci delle società sportive. Ma non avrei mai previsto che gli illeciti arrivassero a questi livelli".
Uckmar individua tre livelli di responsabilità : "Gli amministratori facevano investimenti smisurati e imprudenti, che in aziende private non sarebbero possibili, che invece facevano nel calcio per poter entrare in altri business; un secondo livello di responsabilità coinvolge il governo del calcio, a causa del lassismo e delle pressioni sugli organi di controllo; infine c'è stata anche una responsabilità dei governi, perché c'erano pressioni a non fare controlli troppo accurati nell'esaminare i bilanci, fino a far passare una norma che impediva alla Covisoc di effettuare una indagine sulla gestione ed il bilancio delle squadre di calcio".
"Ora i diritti televisivi rischiano di cadere - continua -, con gravi conseguenze per tutto il sistema".
Il giornalista del Corriere della Sera Massimo Mucchetti osserva: "Mentre in Inghilterra aveva un senso far quotare in borsa le squadre di calcio, perché avevano bilanci solidi e le società erano proprietarie anche dei loro stadi, in Italia è stato un escamotage per ricavare denaro".
Poi aggiunge che "grazie ai soldi investiti nel calcio si hanno una serie di protezioni", che vanno al di là dello sport.
L'economista Marco Onado, docente alla Bocconi di Milano, aggiunge: "L'interesse ad entrare nel mondo del calcio è fortissimo, perché dà una visibilità che non offre alcun altro sport. Il sistema economico italiano è forse ancor più 'colloso' di quanto si pensasse. Se un imprenditore deve diversificarsi, il calcio è un biglietto che vale la pena staccare per entrare nel salotto buono della finanza italiana".
Sulla triade che ha governato la Juventus degli ultimi anni, osserva: "Con loro la Juventus è diventata totalmente autonoma dal punto di vista finanziario", e sulla società di procuratori dai nomi illustri Gea, ora sotto inchiesta: "All'intreccio che si è creato fra banche, imprenditori e calcio, in cui Capitalia è stata il trade d'union, la Gea si è inserita come un altro elemento di opacità , un abuso di posizione dominante, in questo mondo già tanto complesso".
Il procuratore Carlo Pallavicino, autore del libro "Tenetevi il miliardo" sul bomber del Livorno Cristiano Lucarelli, parla della Gea: "C'è stata ostentazione di potere, per sentirsi più grandi ed impuniti, al tempo stesso. Il problema è che quando è stata legittimata dagli Agnelli, da Carraro e da Berlusconi, il mondo del calcio e la gente si sono adeguati e davanti ai potenti hanno abbassato la testa".
Il vicedirettore della Gazzetta dello Sport, Ruggiero Palombo, dice: "Tutti avevamo osservato che con la Gea si stava creando una posizione di abuso di mercato, con una sovrapposizione pericolosa nel calcio mercato, dal momento che la società cominciava a gestire anche gli allenatori. Chi avrebbe dovuto intervenire non l'ha fatto. Il presidente Franco Carraro conveniva sull'inopportunità di avere un Moggi padre, d.g. del club più importante d'Italia, ed un Moggi figlio, che gestiva circa 200 calciatori. Anche l'Antitrust diceva che non potevano esserci tali incroci".
E aggiunge: "C'è un problema serio che riguarda la Juventus che, trovandosi in illecito sportivo continuato a causa di Moggi e Giraudo, rischia di finire anche in serie C. Le altre società stanno procedendo verso un percorso di risanamento. Il problema vero è quello di ridare credibilità alla classe arbitrale".
Il giornalista dell'Espresso, Vittorio Malagutti, sui collegamenti tra banche e calcio dice: "Le protezioni valgono più delle regole. Chissà se la società petrolifera di Franco Sensi sarebbe stata salvata da Capitalia se non avesse avuto la Roma?".
"I diritti televisivi, col calcio screditato, rischiano di diminuire, e così anche l'afflusso di soldi nelle casse delle società . E' vero parzialmente che le società hanno avviato processi di risanamento, perchè nel 2007 l'Unione europea ha imposto alle squadre di pagare tutti i debiti in una rata sola, perché ha ritenuto che il decreto spalma-debiti fosse impresentabile".
Lo storico Giuseppe Berta, autore di "La Fiat dopo la Fiat", ricorda: "L'avvocato Agnelli concepiva il ruolo pubblico di chi si dedica allo sport e si tempra il carattere nello sport, e che così costruisce visibilità e un potere di consenso e di condizionamento dell'opinione pubblica, ma non attraverso un calcolo di mercato".
"Il capitalismo familiare ha delle sue regole - continua -. In casa Agnelli l'impegno nelle squadra di calcio era propedeutico a quello più importante nella grande azienda di famiglia. Ed era anche un modo per costruirsi una immagine pubblica".
L'ex arbitro Paolo Casarin, autore insieme a Darwin Pastorin di "Noi due in fuorigioco", segnala: "Un tempo gli arbitri era avvicinati, ma non attaccati a te come lo sono oggi. Io misi degli ostacoli a questi legami aumentando, ad esempio, il numero degli arbitri. Ma nel '97, quando uscii dal calcio, entrarono in scena molti altri fattori, come la televisione. Non so, ora, come andranno avanti le cose ...".
Lerner segnala che già la scorsa estate, in un numero speciale di Limes, dal titolo "La Palla non è Rotonda", Ilvo Diamanti scriveva: "Solo il 39 per cento degli italiani era convinto che il calcio fosse tutto vero". Ora c'è da chiedersi: come può riprendere una parvenza di verità ?
Infine, l'imprenditore Giuseppe Gazzoni Frascara, ex presidente del Bologna Calcio, retrocesso l'anno scorso in serie B, ammette: "All'inizio non mi sono pentito di essere entrato nel Calcio, ma alla lunga si. Nel '93 non c'era il tipo di potere che c'è oggi. La bomba che ha deflagrato il mondo del pallone è stata la vendita dei diritti televisivi. Roberto Baggio lo pagammo 5 miliardi. Nel boom del 2002, con 5 miliardi si prendeva un modestissimo calciatore di serie B".

