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l'infedele

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Tiziano Terzani. Il nostro inviato dall'Aldilà 

Il grande giornalista che ha raccontato il Vietnam, la Cambogia dei Khmer rossi, la Cina del dopo Mao, l'India è diventato "il fenomeno Terzani".
Ha smesso di combattere il cancro con la medicina, scegliendo di trascorrere i suoi ultimi giorni di vita all'Orsigna, una "piccola Himalaya" sull'Appennino toscano, circondato dalla famiglia.
Un uomo sereno che si separa poco a poco dal suo corpo senza angoscia, come la cosa più naturale del mondo.

La dottoressa Francesca Floriani, presidente della Fondazione Floriani per i malati terminali, dice che: "La storia di Terzani è quella di un privilegiato. Grazie ad un percorso spirituale, è riuscito ad accettare con serenità  ciò che non poteva cambiare. Ma la realtà  di un malato terminale spesso è un cammino che passa per sofferenze atroci. L'esercizio filosofico della morte aiuta, però, a vivere ogni giorno con gratitudine".

Il filosofo Emanuele Severino rivendica l'assoluta attualità  di una discussione sulla morte perché "una politica seria affronta prima di tutto il problema della sopravvivenza dei propri cittadini, e per questo non può prescindere dalle tragedie del mondo, che seminano morte e distruzione".
E sulla morte spiega: "L'uomo ha sempre pensato alla sua fine e cercato di difendersi da questa. L'esperienza di Terzani parte da un discorso religioso e la risposta religiosa alla morte è la fede.
Dall'altra parte c'è la scienza, che oggi tenta di parlare all'uomo, ma riesce a dire solo cose rigorose, mai più interessanti della religione. Infine c'è il discorso filosofico. Quindi si propongono tre vie: la terribile insufficienza della fede, la relativa insufficienza della fede nella scienza ed infine il terzo incomodo della filosofia. Ecco, in Terzani, riecheggia una saggezza orientale".
E più in là  nel dibattito, ancora: "Un uomo muore in relazione a quello che crede sia la morte".

Anche il filosofo Romano Madera riconosce l'ultimo libro di Terzani come libro filosofico di saggezza.
"Il problema è come si vive e cosa facciamo del nostro tempo - dice -. La meditazione della morte valorizza la vita ed il tempo presente. Non a caso questa vita, raccontata nel libro, è una storia biografica. Terzani propone una spiritualità  laica".

Il filosofo della scienza Giulio Girello replica: "Questo rapportarsi alla vita, alla sofferenza ed alla morte sono un grande dono per il lettore ed io trovo meraviglioso il senso che Terzani riesce a dare a questo rapporto. Ma è molto diverso dal dire che morte e sofferenza abbiano qualcosa di bello, piacevole e nobile. Circola una certa cultura, che pensa alla morte in questo modo. Dal canto mio, dichiaro guerra alla malattia e alla morte con tutti i mezzi che la scienza ci propone. Perché la morte a me mi fa schifo!".
E sulla morte, spiega: "La concezione che ho io della morte è quella del limite estremo della prigionia. Come somiglia il morto al prigioniero, tavoletta decima del poema di Gilgamesh. E' la morte che dà  una grande voglia di lottare per la nostra libertà  e quindi per la vita, per rimanere il più possibile padroni del proprio corpo".

Enzo Bianchi, priore della Comunità  di Bose, spiega: "Nella cultura occidentale c'è il culto della rimozione, si dice di combattere il dolore, la sofferenza, ma questo approccio è davvero globale come in oriente?
Nei monasteri buddisti che ho visitato si tende ad unire, non a dividere, corpo ed anima. Mi dicevano che la salute di una persona dipende dal padre spirituale, dal dietologo e dal medico o maestro. E' un approccio alla malattia diverso. Chi pratica una vita interiore come quella di Terzani, che la coltivava giorno per giorno e la cui maggior preoccupazione era di non essere distratto, che tipo di sapienza è questa?
à una sapienza che va, certamente, alle fonti della religiosità  orientale, ma non è la sapienza del non credente occidentale.
Riuscire a lasciarsi andare, abbandonarsi alla morte come ha fatto lui è l'esito di tutta una vita, di un cammino che ha fatto.
Anche San Francesco è riuscito a lodare sorella morte, coltivando la propria vita interiore e non rinunciando mai a studiare".

Ugo Leonzio, scrittore e studioso di buddismo, sostiene: "L'episodio del vecchio sull'Himalaya è essenziale (riferendosi ad un episodio raccontato all'inizio della trasmissione da Folco Terzani, figlio di Tiziano. Folco era andato sull'Himalaya a ringraziare un anziano eremita che era stato uno dei maestri spirituali del padre e gli aveva regalato delle foto del padre come dono di ringraziamento. Ma l'anziano eremita aveva scelto solo una foto scattata pochi minuti dopo la morte di Tiziano).
La foto dell'uomo morto è la risposta, anche se la morte non è raccontabile. Terzani ci propone una gioia nella strategia di morire, che traspare dal suo volto senza vita. A poco a poco che ci avviciniamo alla morte, l'ego diminuisce. Il vero demone per gli orientali è proprio l'ego. Diventare indifferenti, la condizione di non fare più nulla, ci porta ad uno stacco dall'ego".

Ciò che emerge, alla fine, è un ritratto di Tiziano Terzani come uomo fortunato - diceva: "Non me ne è andata storta una" - che è riuscito a consegnare nelle mani del figlio Folco, con il "libro testamento", nato dal dialogo padre-figlio, le sue risposte a domande non più angosciose come cosa viene dopo la morte e perché abbandonare il mondo. Ed in fondo anche un desiderio umanissimo di immortalità , di "continuare attraverso qualcuno che fa la tua stessa strada".

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