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Otto e mezzo
14/11/2025
Marco Travaglio ha ripercorso la propria esperienza con le cause per diffamazione e i meccanismi che, a suo dire, influenzano la libertà di critica in Italia.
Alla domanda se si sia mai sentito intimidito dal potere, Travaglio ha ricordato: “Sì, la prima volta che mi è arrivata la prima busta verde con la prima causa civile per esarcimento danni. Quella ti fa paura perché è la prima. Poi quando diventano 600 non ci fai nemmeno più caso”, aggiungendo con ironia sul quantum richiesto: “Se fai il calcolo di tutti i miliardi che t’hanno chiesto, fai due conti, dici non li ho, quindi non me li potranno mai prendere.”
Pur riconoscendo i rischi per le testate, ha puntualizzato: “Io stavo parlando della mia reazione emotiva quando arriva la busta verde. Fa più effetto la prima volta che non la seicentesima.” E sul rapporto tra potere e querele: “La mia esperienza è che non c’è particolare specificità tra quelli che voi chiamate i populisti e i nazionalisti. Il mio record di cause per risarcimento danni risale a Berlusconi e poi a Renzi… è una cosa che accomuna tutto il potere in generale, salvo rare eccezioni.”
Travaglio ha marcato la distinzione tra critica e attribuzione di fatti: “Non vorrei però che passasse l’idea che noi confondiamo la libertà di stampa con la libertà di mentire e di diffamare… deve essere lecito a tutti… che colui che si ritiene diffamato vada a chiederne conto in modo che ci sia un giudice che decida.” Il problema, secondo lui, è normativo: “La nostra legislazione non fa nessuna differenza tra la critica e l’attribuzione del fatto determinato.”
Confrontando l’Italia con gli Stati Uniti, ha ricordato “Stupid White Man” di Michael Moore: “In America… se io dico che uno è un imbecile e dimostra che ha detto una serie di imbecillità, in America non mi possono nemmeno toccare… Io mi sono sempre domandato se io avessi scritto stupid white men a proposito di un leader italiano, chi me l’avrebbe pubblicato?… Mi avrebbero subissato di richieste di danni e probabilmente avrebbero vinto le cause.”
Ha citato anche un episodio personale: “Da noi ti portano in tribunale anche perché gli hai chiamati bulli. Io ho una condanna pecuniaria in sede civile per avere detto bullo troppe volte a un politico. Perché poche volte si può, ma oltre un certo limite non si può. Cioè c’è il numero chiuso di bullo.” Da qui la richiesta di criteri chiari: “Io vorrei una tabella che mi dica quante volte posso dare del bullo a un politico ogni anno, così mi regolo.”
La conclusione ruota sulla necessità di distinguere tra opinione e diffamazione: “Non si riesce più a distinguere il reato di opinione dal reato di diffamazione. L’opinione non può mai essere un reato. Se io però dico che hai rubato, lo devo dimostrare, altrimenti chi ho accusato di avere rubato ha il diritto di querelarmi, ci mancherebbe anche se è un politico.”
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