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Otto e mezzo
India, 1938: Chuyia è una bambina di otto anni, con lo sguardo, la spontaneità , la voglia di giocare di qualsiasi coetanea. Solo che lei è diversa, è una baby-sposa. A cui, per colmo di sfortuna, muore il marito: così, come prescrivono i rigidissimi rituali religiosi indù, la piccola è costretta a lasciare la famiglia, l'adorata mamma, per essere segregata in una "Casa delle vedove". Una sorta di lager dove - tra amicizie, umanità dolente, prostituzione occulta, divieti di ogni genere - finirà , dopo l'ennesimo trauma, per perdere definitivamente l'innocenza. Tutta la luce che aveva negli occhi. Succedeva nell'India di quasi settant'anni fa, succede anche nell'India di oggi: secondo un censimento del 2001, nell'immenso subcontinente ci sono 34 milioni di vedove, e almeno 12 milioni vivono nelle "Case".
A fornire questi dati è la regista indiana (trapiantata in Canada) Deepa Mehta: è lei ad aver scritto e diretto "Water" che racconta - appunto - la storia di Chuyia. Personaggio di finzione, certo, nato dalla fantasia dell'autrice; ma che simbolizza il destino infame di tantissime donne, emarginate e perseguitate. E non solo in quel paese: secondo Amnesty International, ogni anno nel mondo ci sono 80 milioni di matrimoni con spose bambine. Ma "Water" non è solo la denuncia di un fenomeno inquietante, e che esiste tuttora. E' anche un film molto rifinito, con una bella fotografia, musiche suggestive e un gruppo di interpreti notevoli. Acclamato al festival di Toronto, candidato del Canada agli Oscar, e amato da molti personaggi celebri. Tra cui un uomo che di India e di fondamentalismi religiosi se ne intende, Salman Rushdie: "E' un'opera magnifica - ha detto - che affronta un argomento serio e difficile ma dall'interno, attraverso gli occhi delle protagoniste. Toccando irrimediabilmente il nostro cuore".
La presentazione italiana di "Water", alcuni giorni fa, è diventata un'occasione per denunciare quanto c'è ancora da fare, in tema di diritti civili. Specie al femminile. Il film, inoltre, è stato girato con quattro anni di ritardo rispetto a quanto programmato e nello Sri Lanka, quasi clandestinamente, a causa delle minacce dei fanatici a Mehta, che non ne è nuova: già un suo film precedente, Fire, fu oggetto di proteste furiose e ritirato dalle sale, perché parlava di donne lesbiche. E adesso, in novembre, toccherà a Water uscire nei cinema indiani. Una pellicola che, almeno vista con occhi occidentali, presenta tutti i personaggi con molto rispetto
Ma è proprio Gandhi - di cui in questi giorni si celebra il centenario della nascita - a chiudere il film, in una scena intensa e un po' a sorpresa: "Lui è il simbolo della nostra liberazione - conclude Mehta - per questo ho deciso di farlo apparire in un film come il mio. Che non vuole mostrare solo le discriminazioni delle vedove, ma denunciare qualsiasi oppressione contro gli esseri umani: in nome della tradizione, della religione, del colore della pelle".
Gli altri ospiti della puntata sono stati lo scrittore Carlo Buldrini, profondo conoscitore dell'India dove ha vissuto per oltre trent'anni e dove ha assistito alla nascita del movimento delle donne indiane (8 marzo 1980) che combattevano per l'affermazione dei diritti e contro la pratica degli aborti selettivi; Mariella Gramaglia, dal 2001 assessore alle Pari opportunità del Comune di Roma, per cui ha promosso la campagna nel 2004 "Rome for women", al fine di accendere i riflettori sulla violazioni dei diritti umani che ogni anno colpisce milioni di persone nel mondo, soprattutto donne e bambini; Mariarosa Mancuso, critica cinematografica e letteraria, esperta in di letteratura americana, che collabora con il Foglio, Corriere della Sera e Panorama.