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Piazzapulita
1/5/2025
Donald Trump celebra i primi 100 giorni della sua seconda presidenza a capo degli Stati Uniti. Nonostante la popolarità sia ferma al 44% dopo i primi 100 giorni - il dato più basso per un presidente dagli anni 50 - la retorica sull’immigrazione resta centrale e si inasprisce. Mentre l’economia rallenta, la linea dura contro gli stranieri prende la forma di arresti arbitrari, deportazioni sommarie e una campagna mediatica volta a criminalizzare le persone immigrate. A pagarne il prezzo sono anche studenti, ricercatori e rifugiati: Rümeysa Öztürk, dottoranda turca, è stata arrestata dopo aver scritto un editoriale critico; Kseniia Petrova, ricercatrice russa a Harvard, è detenuta da oltre dieci settimane per non aver dichiarato campioni di laboratorio alla dogana; Mahmoud Khalil, palestinese neolaureato alla Columbia, è stato prelevato in casa e incarcerato senza accuse chiare; Kilmar Abrego Garcia, abitante del Maryland, è stato espulso erroneamente in El Salvador e rinchiuso nel carcere ad alta sicurezza Cecot. Queste storie mostrano come la politica migratoria americana stia diventando un terreno di sperimentazione repressiva, che mette in discussione i principi fondamentali dello Stato di diritto. Il racconto di Anna Airoldi, con l’intervista a Viviana Mazza, corrispondente dagli Stati Uniti del Corriere della Sera.
La nuova amministrazione Trump ha intensificato le operazioni di deportazione su scala nazionale, rendendo il programma 287(g) - che consente la collaborazione tra forze dell’ordine locali e l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) - il motore principale della macchina espulsiva. Oltre 500 agenzie statali e locali, soprattutto in Florida, Texas e Arizona, hanno aderito al programma, estendendo l’autorità di arresto e detenzione anche a ufficiali non federali. Operazioni come “Operation Tidal Wave” hanno portato in pochi giorni a centinaia di arresti in tutto il Paese, spesso coinvolgendo migranti senza precedenti penali e regolarmente presenti sul territorio americano. Diverse ONG e accademici hanno sollevato dubbi sulla costituzionalità di questi arresti, denunciando la violazione del Quarto Emendamento (che protegge contro perquisizioni e sequestri irragionevoli) e la mancanza di una formazione adeguata per gli agenti locali coinvolti. Il rischio, secondo Human Rights Watch e ACLU, è che l’immigrazione venga trattata come un crimine grave anche quando non lo è, e che il sistema penale venga utilizzato come strumento di repressione politica e razziale. Il tutto in un contesto in cui la paura viene alimentata sistematicamente anche attraverso video propagandistici diffusi dalla Casa Bianca, che mostrano volti, nomi e crimini (presunti) di persone espulse.
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