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Propaganda Live
13/10/2023
Il monologo di Andrea Pennacchi a Propaganda Live.
"Da bocia amavo la guerra. La amavo proprio: un terribile amore per la guerra.
Ogni settembre ci affrontavamo per le strade del quartiere, divisi in bande dalla strada dove abitavamo. Eserciti armati di cerbottane: tubi di plastica segati e stupini , coni di carta dalla punta dura. Guerriglia strada per strada, attacchi a sorpresa davanti alla latteria, tradimenti, assassinii mirati di leader avversari. I ragazzi della via Pal sembravano giovani marmotte.
C’era un enciclopedia a fascicoli, di quelle che quasi nessuno ha mai completato, era sulle armi da guerra. Ogni settimana andavo trepidante all’edicola, il giorno più bello era quello dei carrarmati, o gli aerei e elicotteri da attacco al suolo. L’Italia su ste robe era all’avanguardia, mi beavo alla possanza dell’elicottero Mangusta o dell’autoblindo Centauro. Una Ferrari a 4 assi, che da dentro sembra Kitt, quella di Supercar.
A casa, però, la guerra dilagava proprio, grazie ai soldatini: piccoli, economici, non occupavano tanto spazio e permettevano ore e ore di gioco a costo quasi zero, altro che i GI Joe o Big Jim dei bambini ricchi e viziati. Soldatini si plastica in scala 1:32!
Un’ora andava via solo a schierare le armate: bersaglieri, pellerossa, afrika korps. Cavalli contro due carri armati, qualche jeep “tecnica” , poca copertura aerea, perché costosa.
Poca tecnologia, il fulcro della battaglia è l’uomo, che opera d’arte.
E , una volta schierati, un tempo di contemplazione: l’ordine, il senso di attesa per la festa feroce, tutto aveva senso, la strategia più ardita avrebbe funzionato, le uniformi erano bellissime, i soldati eroici congelati per sempre in posizioni di combattimento, impegnati a gridare, a chiamare alla battaglia, a incoraggiare gli amici o offendere i nemici, tutto giusto. E poi la breve battaglia, in cui tutto si decideva in un lampo, per la volontà di un dio, che ero io. E poi veloce a rimettere tutto nella scatola di cartone, prima che tornasse dal lavoro mio padre e che il campo di battaglia tornasse a essere la camera da pranzo. E domani, la battaglia riprendeva, coi soldati tutti vivi, come nel Valhalla.
Un giorno viene a casa mia Mirko, un amico delle cose che esplodono, e mi dice: sì, bei sti soldatini, ma non sarebbe più bello con i petardi? Genio! Li portiamo fuori e poi bombardiamo a tappeto con le miccette le schiere. L’odore di polvere da sparo era forte, ti imbragava, ridevamo come scimmiotti a ogni scoppio. Il momento più bello della mia vita.
Ma poi… la jeep era in mille pezzi, le mie adorate afrika korps erano fuse, brandelli di gamba, teste con elmetti che urlavano di dolore staccate dal corpo, un sacco di dispersi nel campo, un massacro. Un sacco di quei soldati, domani non sarebbe tornato in battaglia, persi per sempre, non c’era verso di aggiustarla, sta merda. Non era più divertente.
Sta storia non ce l’ha una morale, ma ho pensato che nessuno ha mai fatto le scatole di soldatini con i profughi in fuga dalla guerra, coi ragazzi che stanno ballando poco prima che li ammazzino, con le famiglie chiuse nei rifugi sotterranei che aspettano, coi soldati che entrano nelle case per arrestare i sospetti o pestano i manifestanti. Nessuno le ha mai fatte perché non sarebbe stato divertente anche senza le miccette, perché erano i soldati a dover combattere coi soldati, nessuno le avrebbe mai comprate, ma avrebbero reso l’idea della guerra molto meglio."
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