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Tagadà
20/4/2026
Nelle pieghe del decreto sicurezza in conversione al Senato si nascondeva un emendamento passato quasi inosservato. La norma prevede un compenso economico — circa 615 euro — per gli avvocati che offrono consulenza ai migranti che decidono di presentare domanda di rimpatrio volontario. Il pagamento scatta nel momento in cui lo straniero lascia il Paese.
A gestire i fondi sarebbe il Consiglio nazionale forense, con risorse messe a disposizione dallo Stato: 246.000 euro per il 2026 e 492.000 euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028, attinti dai fondi di riserva del Ministero dell'Economia. Il provvedimento dovrà ora passare alla Camera, che avrà pochissimo tempo per la conversione definitiva.
Ma la norma non convince i professionisti del settore. Il CNF ha già espresso la propria contrarietà: "L'avvocato svolge un'attività di assistenza difensiva a prescindere dall'esito", ha spiegato il legale interpellato dalla nostra inviata. Condizionare il compenso al risultato — e soprattutto a un risultato che soddisfa la controparte, ovvero lo Stato — è considerato eticamente incompatibile con il ruolo della difesa.
I programmi di rimpatrio assistito, in realtà, esistono già. Secondo i dati del Ministero dell'Interno, nel triennio 2023-2025 hanno coinvolto circa 2.500 cittadini stranieri, pari a circa 800 l'anno. Il meccanismo prevede contributi economici per chi decide di rientrare nel proprio Paese d'origine: viene pagato il viaggio e vengono erogati fondi — dai 600 euro in su — per acquistare casa o avviare un'attività.
L'idea di coinvolgere gli avvocati punterebbe a mettere i migranti in contatto con questa opportunità. Ma la critica resta: se è la controparte a pagare il legale in caso di successo, il conflitto di interessi è evidente. "È chiaro che c'è qualcosa che non va", è la sintesi dell'esperto.
Il servizio di Margherita Costa
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