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Tagadà

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Ritratto della generazione Erasmus

14/10/2019

C’è chi vorrebbe renderlo obbligatorio quasi come fosse un vaccino - e in effetti per molti l’Erasmus è, un vaccino, perché produce anticorpi contro sovranismi e populismi di destra. Una prova arriva dal Regno Unito: se è vero che agli albori del programma di scambio, negli anni Ottanta, fu proprio Londra a storcere il naso, ora i giovani cresciuti senza frontiere sono i primi a opporsi a Brexit. Generazione Erasmus, carta di identità: dalla nascita del programma (nell’87) sono partiti circa cinque milioni di ragazzi, arrivano soprattutto da Francia, Germania, Spagna e Italia, mentre vanno perlopiù in Spagna, Germania e Regno Unito. Con le parole di Umberto Eco: “L’Erasmus, io lo ho sempre detto, ha due funzioni, una linguistica e una sessuale; la maggior parte si sposano all’estero e vien fuori una generazione bilingue”. Quella Erasmus non è solo una generazione, ci sono pure gli Erasmus di seconda generazione, i figli nati - cioè - sotto le stelle dello scambio intraeuropeo. Segno particolare di queste generazioni è la voglia europeista: più ti scambi e più sei pro-Ue; sarà per questo che i fondi che l’Unione europea eroga al progetto crescono, di bilancio in bilancio. Chi fa l’Erasmus trova più rapidamente lavoro, viene pagato meglio ed è più incline a votare alle europee. Santo Erasmo da Bruxelles, quindi? Sì, ma attenzione: meno del 2% della popolazione europea ha aderito al programma, meno del 4% di giovani. E se è vero che più sei giovane più sei europeista, non esiste solo la distanza tra i giovani integrati e anziani apocalittici: anche essere colti e benestanti aiuta le partenze... e le statistiche. 

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