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Tagadà

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Spending review, il governo ci riprova. Ma chi taglia finisce tagliato

18/10/2019

L’ultimo a tentare è il ministro Roberto Gualtieri: dopo la manovra pensa a una commissione per la spending review, cioè (per dirla con Mario Monti) “la riqualificazione e riduzione della spesa pubblica che siamo soliti chiamare spending review”. L’inglese dovrebbe camuffare il sapore amaro - ma spendere meno e spendere meglio, in qualunque lingua lo si dica, è diventato imperativo categorico, almeno da quando il vento della crisi ha soffiato. “Siamo entrati di nuovo in una fase in cui le previsioni si rivedono al ribasso”: è il 2007 quando Padoa Schioppa ministro del governo Prodi inaugura l’analisi dei capitoli di spesa; dopo il primo anno vanta 700 milioni di risparmio. Da allora però il taglio alla spesa diventa un valzer in cui chi taglia finisce tagliato. Inaugura l’era dei commissari dedicati Enrico Bondi, noto come risanatore di Parmalat, lo sceglie Mario Monti, l’era è quella dell’austerità. Bondi entra, Bondi esce: si dimette a fine 2012 per un ruolo di partito. Gli succede Mario Canzio. Dura pochi mesi.A ottobre 2013 tocca a Carlo Cottarelli - diventerà lui l’icona della missione tagli. Mister Spending entra con poteri allargati e incarico triennale, esce però dopo un solo anno, dimissionario anche lui: il governo Renzi lo spedisce al Fondo Monetario. E’ il valzer della spending: chi entra in scena per mettere in riga i conti inciampa in ostacoli e sgambetti e finisce fuori di scena. Yoram Gutgeld consigliere di Renzi dura un po’ di più - si dimette dopo poco però il co-commissario Roberto Perotti, professore, bocconiano, “non mi sentivo utile” dice. Per i gialloverdi arrivano poi Castelli e Garavaglia, li chiamano “mani di forbice”, ma nel valzer dei tagliatori tagliati in questo caso è il governo stesso a finire sforbiciato.

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